KYALAMI 77: IL DRAMMA DI TOM PRYCE

KYALAMI 77: IL DRAMMA DI TOM PRYCE

Quando nelle gare di oggi una monoposto viene parcheggiata in un punto della pista che viene considerato pericoloso viene seguito un preciso protocollo, un insieme di regole da seguire per la corretta rimozione del mezzo. Bandiere gialle ben visibili, che indicano ai piloti di fare più attenzione. Commissari di pista esperti e soprattutto formati per la risoluzione di ogni evenienza e problema. E all'occorrenza la direzione gara può contare sull'ingresso sul tracciato della safety car, per ricompattare il gruppo e permettere al personale addetto di attuare tutte quelle operazioni per far ritornare la situazione di gara alla normalità.

Nell'epoca d'oro degli anni 70, uno dei periodi che chi ha ormai i capelli bianchi li ricorda con nostalgia, e chi non c'era ed è deluso dalla F.1 di oggi vorrebbe riviverli con entusiasmo, il capitolo sicurezza era ancora una pagina pressoché bianca con ancora molte cose da scrivere. Non era raro dunque vedere commissari operare a pochi passi dalle vetture che sfrecciavano a oltre 250 km/h, piuttosto che monoposto lasciate abbandonate nelle vie di fuga per tutto il resto della gara. Ma soprattutto non era raro assistere ad incidenti mortali.

Alcuni sono stati una fatalità, un destino a cui gli uomini con la velocità nel sangue difficilmente si possono opporre. Altri invece sono frutto di superficialità e incoscienza facilmente evitabili, che se dovessimo raccontarlo ai giovani che si avvicinano oggi al mondo delle corse difficilmente ci crederebbero. A distanza di quasi 50 anni (49 domani per la precisione), è doveroso ricordare il dramma di Tom Pryce.

Siamo a Kyalami (Sudafrica), il 5 marzo del 1977, terza prova valida per il mondiale di quell'anno. Hunt con la McLaren conserva la pole position, ma al settimo giro viene passato dal rivale al titolo dell'anno prima, Lauda. L'austriaco passa a condurre, mentre il campione del mondo in carica viene passato al diciottesimo passaggio dal pilota di casa Scheckter, al volante della Wolf. A distanza di solo tre giri, nessuno può  immaginare cosa sarebbe accaduto.

Al giro 21 il pilota italiano della Shadow Renzo Zorzi, accosta nella via di fuga sul lato opposto della corsia dei box a causa di problemi con il condotto della benzina che rischia di dare origine ad un principio di incendio. Due giovani e improvvisati Marshall attraversano incautamente la pista con le vetture che sopraggiungono a piena velocità, senza bandiera gialle esposte, e soprattutto in un punto pericoloso come era la caratteristica gobba del rettilineo principale dell'impianto sudafricano, che limita la visibilità di eventuali ostacoli. Il primo commissario è fortunato e riesce a raggiungere la vettura in panne, il suo compagno no. Frederik Jansen van Vuuren, studente di 19 anni, viene centrato in pieno dalla Shadow di Tom Pryce. Il tragico caso vuole che l'estintore che il commissario tiene in mano colpisca il casco dello sfortunato alfiere. La fisica purtroppo non mente, e in questo caso non perdona. Venti chili di estintore moltiplicato per la velocità che si aggira intorno ai 275 km/h si traducono in una forza d'urto di almeno un centinaio di chili.

Pryce muore sul colpo, con il cranio sfondato. Il colpo è talmente forte che il casco viene sfilato e l'estintore supera le tribune finendo su una macchina parcheggiata senza fortunatamente mietere altre vittime. La Shadow del gallese prosegue la sua corsa senza controllo lungo tutto il rettifilo principale, strisciando lungo il guard rail e rimbalzando in pista all'altezza della prima curva e coinvolgendo la Ligier di Jacques Laffite, che se la cava senza troppe conseguenze. L'evento prosegue sotto gli occhi attoniti di chi ha assistito alla tragedia, con Lauda che vince il gran premio con un radiatore bucato proprio da un detrito dell'impatto mortale.

Per cui, ogni qualvolta che oggi vediamo mettere in sicurezza una situazione di pericolo durante le fasi di gara, e se magari ci sembrano esagerate, pensiamo un secondo a questo ragazzo del Galles di 28 anni, che ha pagato con la vita non solo la sua passione per la velocità, ma anche l'inesperienza degli organizzatori di far fronte ai pericoli. Gli anni 70 sono stati i più belli, e anche io li considero tali, ma non dimentichiamoci mai il duro tributo pagato alla Nera Signora.

Scritto da Diego Romano

Foto: Repertorio storico

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