FRANCOIS CEVERT: IL BELLO DELLA F.1
Occhi profondi color del cielo e piede destro pesante. Chi può essere se non François Cevert?
Se ieri è stato il compleanno del pilota francese più vincente della storia, oggi vogliamo ricordare invece uno dei più iconici dell'epoca d'oro della F.1, quando glamour e rischio andavano a braccetto negli autodromi di tutto il mondo. Cevert non era solo bello, era colto, dai mille altri interessi: suonava il pianoforte e pilotava egli stesso il suo Piper personale.
François nasce all'ombra della tour Eiffel in questo giorno del 1944. Per la Francia non erano tempi buoni tanto più che il padre che di cognome faceva Goldenberg, e di conseguenza di facile collegamento all'origine ebraica, decise di dare agli ultimi due figli il cognome della moglie, Cevert. Dopo la fine della guerra l'agiatezza delle sua famiglia gli permette un'ottima istruzione di alto livello. Come può un giovane così colto appassionarsi allo sport del motore?
Il caso vuole che la sorella Jacqueline sia fidanzata con un pilota di moto che di lì a breve avrebbe tentato la scalata al vertice delle quattro ruote, Jean Pierre Beltoise. Per le auto è amore a prima vista, tanto più che il giovane si iscrive alla scuola di pilotaggio nei pressi del circuito di Monthléry. Cevert ottiene l'importante riconoscimento del volante Shell; è il passe-partout per iniziare l'avventura nel motorsport. Dopo i successi in F.3 e in F.2 il debutto nella massima categoria dell'automobilismo viene propiziato da una fortunata coincidenza.

All'indomani del gran premio di Monaco del 1970 il team Tyrrell, che usa telai March spinti dal classico propulsore V8 Ford Cosworth, è alla ricerca di un secondo pilota da affiancare a Jacky Stewart dopo la notizia del ritiro dalle competizioni di Johnny Servoz-Gavin. Lo scozzese campione del mondo in carica consiglia a Ken il "boscaiolo" un giovane alfiere che in una gara minore gli aveva dato parecchio filo da torcere. A Zandvoort, il 21 giugno 1970, Cevert debutta nel mondiale di F.1. La rottura di una biella non gli fa vedere la bandiera a scacchi. Poco importa, la sua avventura è ufficialmente iniziata.
Negli anni a seguire il francese viene preso sotto l'ala protettiva del suo mentore e amico Jacky Stewart, che lo consiglia e soprattutto lo aiuta a maturare. I risultati a poco a poco arrivano.Il 1971 è caratterizzato dai primi podi, un terzo posto al cardiopalma a Monza dove è protagonista dello storico arrivo in volata in quell'edizione, infine la prima vittoria, a Watkins Glen. Passato in testa al 14° giro, Cevert non molla più il comando della corsa nonostante problemi nel finale alle gomme. E' la sua prima affermazione nel Circus. Si rivelerà essere purtroppo l'unica.

Un difficile 1972 e poi il 1973. Il compagno di squadra, che senza dire niente a nessuno si sarebbe ritirato alla fine di quell'anno, lo designa come futura prima guida in Tyrrell per l'anno successivo. Dopo anni di gregariato è l'occasione per uscire dal cono d'ombra dello scozzese tre volte campione del mondo. L'occasione giusta per mettere in pratica i suoi consigli. Uno, solamente un consiglio non seguito, gli risulterà fatale.
Qualifiche di Watkins Glen, 6 ottobre 1973. Stewart suggerisce a Cevert di percorrere la "Esse" della parte iniziale del tracciato in quarta marcia, in modo da avere bassi i giri per controllare la vettura in caso di sbandamento. Il francese però la percorre in terza. Il destino vuole che la vettura non sterzi, e finisca contro le barriere capovolta e spezzata a metà. La scena che i piloti sopraggiunti si trovano davanti è disastrosa. "Sembrava un disastro aereo", così sentenzia Jackie Stewart, che in segno di rispetto verso il suo amico scomparso non prende parte a quella che avrebbe dovuto essere la sua centesima e ultima corsa in F.1
Le cause non furono mai del tutto chiarite. Chi parla di una traiettoria troppo aggressiva. Chi parla di un malore (tracce di vomito vennero rinvenute nel casco), e chi anche per i postumi di una ferita alla caviglia. Una cosa purtroppo è certa. Sul tracciato americano il pilota ha lasciato il ricordo di un uomo che ha saputo godersi la vita a pieno fino all'ultimo rimanendo imprigionato nella sua eterna bellezza e giovinezza. Bellezza che ha fatto capitolare addirittura Brigitte Bardot.
Scritto da Diego Romano
Foto: Repertorio storico