FERRARI E I SUOI TIFOSI
Ogni anno, nei primi giorni di gennaio, accade qualcosa che sfida la logica, lo sport e persino il buon senso. A Fiorano non va in scena una semplice messa in moto. Succede altro. Qualcosa di più profondo. Una strana alchimia che nessun altro team di Formula 1, nessun altro marchio, nessun altro sport riesce anche solo ad avvicinare.
All’apparenza è un evento normale: uno shakedown. Pochi giri, tre per pilota. Una verifica tecnica, un controllo che tutto funzioni. Fine.
E invece no.


Perché mentre altrove sarebbe poco più di una nota a margine, a Maranello diventa un rito collettivo. Ci sono persone che dalla sera prima si accampano ai bordi della pista di Fiorano, avvolte in giacche pesanti, con il freddo che ti entra nelle ossa. Altri arrivano alle quattro del mattino, con il buio ancora addosso, solo per sentire quel primo rombo. Un motore che si accende. Un rosso che prende vita.
Se ci fermiamo a pensarci, non ha senso.
Parliamo di un team che non vince un Mondiale da 19 anni. Parliamo di sei giri in totale. È come se un tifoso di calcio, basket o hockey passasse la notte fuori dallo stadio per assistere a dieci minuti di riscaldamento della nuova squadra del cuore. Assurdo. Ingiustificabile.
Eppure succede. Ogni anno.
Quindi no, non può essere solo il mito. Non può essere solo la leggenda costruita dal buon vecchio Enzo Ferrari in un piccolo paese della provincia di Modena quasi un secolo fa. C’è qualcosa che va oltre la razionalità, oltre i risultati, oltre le classifiche.

Perché quando si apre la serranda del garage di Fiorano, quando quel rosso scivola fuori alla luce e il motore Ferrari urla per la prima volta, succede qualcosa di inspiegabile. Un brivido. Le farfalle nello stomaco. È lo stesso battito accelerato del primo innamoramento da adolescenti, quando non sai spiegare perché, ma sai che è reale.
Questa è la vera passione Ferrari.
Nonostante tutto.
Nonostante le delusioni.
Nonostante un ventennio difficile, spesso amaro, spesso crudele.
Ed è per questo che esiste un dovere morale. Un dovere della dirigenza verso il popolo Ferrari. Perché il mondo, lo sport, la Formula 1 stessa, sono mossi dalle persone. Da quelle che si fanno mille chilometri per vedere sei giri. Da quelle che patiscono il freddo, la fame, mangiano un panino sul ciglio della strada a temperature rigidissime, solo per dire: “Io c’ero”.
Il dovere è riconoscere tutto questo.
Il dovere è non dimenticare chi rende la Ferrari qualcosa di più di una squadra.
Perché la Formula 1, senza una Ferrari vincente, può anche andare avanti.
Ma non sarà mai davvero la stessa.
Scritto da Andrea Raiconi
Foto: Motorsport.com, Marco Ferrari