PHIL HILL: UN CAMPIONE IN PUNTA DI PIEDI

PHIL HILL: UN CAMPIONE IN PUNTA DI PIEDI

Porre il proprio nome nell'albo d'oro dei campioni del mondo di F.1 equivale a fare un passo nell'eternità, un'impresa scolpita nel marmo da tramandare alle varie generazioni di appassionati. Eppure ci sono alcuni nomi che nell'immaginario collettivo passano in secondo piano, quasi in punta di piedi per non disturbare.

Uno di questi è Philip Toll Hill jr, meglio noto come Phil. Originario di Miami ma cresciuto a Santa Monica, il cavaliere protagonista della nostra storia non sembra provare molto interesse per la carriera nel motorsport. Le sue passioni infatti spaziano dall'architettura, alla musica passando per l'arte. Phil si avvicina al mondo dei motori lavorando in un'officina che si occupa di restauro di auto da collezione. Ogni tanto si diletta in qualche gara, ma niente di serio.

Dopo uno stage in Inghilterra presso Jaguar e Rolls Royce, Hill acquista la sua prima macchina: una Jaguar XK20 con la quale partecipa alle prime gare locali. Dopo la prima vittoria a Pebble Beach, decide che un volante e quattro ruote faranno parte del suo destino. Alla prematura morte dei genitori decide di investire la sostanziosa eredità nell'acquisto di una Ferrari 212 con cui continua a vincere e a costruirsi un nome nell'ambiente. 

Grazie alle vittorie conseguite con le auto del Cavallino, alcune delle quali in coppia con il connazionale Richie Ginther, entra nell'orbita dell'importatore Luigi Chinetti, patron della North American Racing Team. Eppure però Hill sembra voler mettere la parola fine alla sua carriera nel mondo dei motori dopo i terribili eventi della 24 ore di Le Mans del 1955 in cui un incidente uccide il pilota Pierre Levegh e ben 90 spettatori. Enzo Ferrari cerca di convincerlo proponendogli un posto nella squadra per le corse a ruote coperte. Nonostante sappia in cuor suo di essere ingaggiato più per promuovere le vendite nell'emergente mercato americano che non per le sue capacità, decide comunque di accettare.

Da qui comincia la sua scalata nei ranghi della Ferrari che lo porta ad arrivare in F.1 nel 1958, in uno degli anni più tragici per il team di Maranello. Dopo aver corso in Francia con una Maserati privata, la prima gara con la rossa è bagnata da un insperato terzo posto a Monza. Nel decisivo gran premio del Marocco si mette al servizio della squadra, mandato avanti per inseguire Moss e mettere a dura la prova la resistenza meccanica della sua Vanwall. La tattica però non sortisce gli effetti desiderati, e fa passare senza problemi il suo compagno Hawthorn che diventa quel giorno campione del mondo.

Dopo un 1959 passato come terza guida alle spalle di Tony Brooks e Jean Behra, nel 1960 arriva il primo successo nel circus. Succede a Monza, in una gara boicottata dai team ufficiali inglesi a causa dell'utilizzo dell'anello dell'alta velocità, a dire degli assemblatori d'Oltre Manica per favorire il potente propulsore della Ferrari. Hill trionfa sulla pista di casa davanti al connazionale Ginther e a Mairesse conseguendo l'unico successo del team di quell'anno dominato da Jack Brabham.

Il nuovo regolamento che diminuisce la cilindrata massima a 1,5 litri giova alla Ferrari, che con la sua 156 F1 Sharknose non trova rivali sulla strada per il titolo iridato. Hill e Von Trips si equivalgono praticamente per tutta la stagione, combattendo lealmente e arrivando a Monza con entrambi ancora in lotta per il campionato del mondo. Quello che doveva essere un giorno di festa, il coronamento di un sogno inseguito fin da giovane si trasforma in un triste evento. Al secondo giro il suo compagno di squadra Taffy è coinvolto in un incidente mortale con Jim Clark, che costa la vita anche a 14 spettatori. L'americano vince ed è campione del mondo, ma quando arriva non vede nessuno festeggiare, solo facce tristi. Carlo Chiti non riesce a mentire. Von Trips è morto.

Nonostante il terremoto dirigenziale che colpisce la Ferrari tra l'inverno 61/62, nel quale Ferrari si priva dell'intera dirigenza tra cui Chiti e Tavoni, Hill rimane a Maranello da campione del mondo in carica, salvo poi lanciarsi insieme a Baghetti nella sciagurata avventura dei ribelli cacciati denominata A-T-S (Automobili Turismo e Sport). Come ogni progetto improvvisato, la scelta si rivela disastrosa, e dopo neanche un anno la squadra chiude i battenti con l'americano che trova un ultimo ingaggio alla Cooper.

Dopo aver provato a qualificarsi con una Eagle a Monza nel 1966, Hill decide di lasciare la Formula 1 e correre fino al 1967 con le ruote coperte prima di appendere definitivamente il casco al chiodo e dedicarsi ad una delle sue prime passioni, il restauro di auto d'epoca. Poi l'amaro epilogo, la malattia del Parkinson che se lo porta via nel 2008 a 81 anni, accudito dal figlio Derek che lascia la carriera da pilota per occuparsi del padre.

Di solito un campione del mondo si ricorda per sempre. A maggior ragione se lo diventa con una Ferrari. Eppure di Phil Hill se ne parla sempre poco, identificando ingiustamente il suo mondiale con la tragedia di Von Trips, lasciando purtroppo in secondo piano una cosa fondamentale. E' stato il primo iridato di nazionalità americana.

Scritto da Diego Romano

Foto: Immagini da repertorio storico

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