FRANCIA 61: UN'IMPRESA MAI PIÙ RIPETUTA
Le imprese e le gesta dei cavalieri del rischio rappresentano il sale della storia della F.1. Possono essere sorpassi, vittorie leggendarie o trionfi iridati incerti fino all'ultimo. E poi ci sono degli eventi che capitano una volta sola, e che per questo vengono ricordati anche dopo anni di distanza. A questa categoria appartiene il sorprendente primo gran premio del milanese Giancarlo Baghetti, l'unico pilota ad essere riuscito a ottenere la vittoria nella gara inaugurale della propria carriera (se escludiamo ovviamente Giuseppe Farina che vince il primo gran premio in assoluto nel 1950).

Siamo nel 1961, primo anno dell'entrata in vigore del nuovo regolamento che pone a 1500 cc. la cilindrata massima dei motori. Dopo la vittoria inaugurale di Moss con la Lotus 18 privata del team di Rob Walker, la monoposto migliore del lotto si rivela essere la Ferrari con la sinuosa 156 Sharknose. Nelle mani di Phil Hill e Wolfgang Von Trips, la scuderia di Maranello esclude il resto dei concorrenti dalla lotta iridata.
In quell'anno Enzo Ferrari decide di mettere a disposizione della FISA (acronimo di Federazione Italiana Scuderie Automobilistiche) una vettura da affidare ad un giovane pilota italiano. La rosa dei candidati si riduce ai due giovani talenti nostrani più promettenti dell'epoca, ossia Lorenzo Bandini sostenuto dalla scuderia Centro Sud e Giancarlo Baghetti, pupillo della Sant'Ambroeus. La scelta cade sul milanese nato nel giorno di Natale del 1934, che ha la possibilità di guidare la Rossa più veloce del mondo.
La data segnata in calendario è il 2 luglio, giorno del gran premio di Francia. La Ferrari a Reims si presenta con tre 156 ufficiali con motore 1,5 litri V6 di 120° affidate a Phil Hill, Von Trips e Ginther, con in più la monoposto affidata alla FISA per Baghetti, sempre una 156 ma con un cuore differente, in quanto l'angolo delle bancate si attesta a 65°. La qualifica dell'alfiere nostrano non è proprio di quelle da ricordare, con una modesta dodicesima posizione. Il giorno dopo però ci sono 52 giri per migliorare e mostrare al mondo il proprio valore.
Come da copione, le 3 Ferrari si portano ai primi tre posti, alle quali si aggiunge quella di Baghetti che con costanza si porta fino al quarto posto. Una dopo l'altra le rosse ufficiali patiscono problemi vari. Von Trips è fuori per la rottura del motore, mentre Phil Hill perde due giri a causa di un contatto con un doppiato. Quando anche Ginther abbandona per problemi alla pressione dell'olio, l'unica Ferrari superstite dell'italiano si trova in testa contro ogni ragionevole pronostico, marcato a uomo dalle due Porsche dei ben più esperti Gurney e Bonnier.

Sfruttando i lunghi rettilinei del tracciato transalpino, i tre al comando si scambiano più volte le posizioni. Il primo ad abbandonare la compagnia è Bonnier, con il motore KO. Il duello tra il pilota tricolore e quello a stelle e strisce infiamma gli ultimi giri della gara e dura fino al calare della bandiera a scacchi. Il tutto si decide all'ultima curva; Baghetti sfrutta la scia di Gurney uscendo al momento opportuno e aggiudicandosi la prima vittoria nel giorno del proprio debutto. Oggettivamente si tratta della prima e unica affermazione di una Ferrari "privata".
L'Italia del motorsport sembra aver trovato un nuovo idolo dopo le dolorose perdite di Ascari, Castellotti e Musso. La carriera di Baghetti subisce però una parabola piuttosto discendente. Altri 3 gran premi nel 1961 e 4 nel 1962 con il team ufficiale. Poi la sciagurata avventura della A-T-S fondata dai ribelli scissionisti Chiti e Tavoni e una manciata di gare con BRM, Ferrari, Brabham e Lotus. Dopo il ritiro diviene fotografo e direttore della rivista Auto Oggi, fino alla prematura morte avvenuta nel 1995 a soli 60 anni.
Scritto da Diego Romano
Foto: Repertorio storico